sabato 21 marzo 2009

Tempesta in giallo, nero, grigio

Cielo plumbeo e pesanti gocce di pioggia. Giro l'angolo e dall'inizio della discesa riesco a vedere le luci del Duomo-a-righe soffuse dalla pioggia. Il cielo si illumina mentre scendo la discesa. Piedini in scarpe nere lucide per la pioggia. Sanpietrini che rilucono. Rigagnoli di acqua che si accumula ai lati della strada, sotto gli scoli delle grondaie. Alberi spogli, freddi, scossi dal vento. Arranco su per una salita soffusa di lampioncini dalla luce gialla. Ai due lati case di pietra grigia. Porte di legno chiuse. Finestre dalle luci tiepide su entrambi i lati, velate da leggere tendine bianche. Giro a destra e mi infilo in un vicolo. Rallento. La pioggia mi scorre addosso. C'è quella sensazione di arrendevolezza di chi ha preso così tanta pioggia che ci ha fatto l'abitudine e non scappa più. Piacevole. Mi fermo sotto un arco mentre pallini di ghiaccio iniziano a ticchettare sopra il casco che tengo in mano. Mi tiro giù il cappuccio. Una porta aperta. Dentro un letto appoggiato per terra con una coperta blu. Una luce gialla. Una tenda rossa. Un uomo di spalle che vernicia una tavola di legno con tutta la lentezza del mondo. Un tuono risuona vicino e il cielo si squarcia, illuminato a giorno. Sobbalzo. Mi rimetto il cappuccio e mi rituffo sotto la pioggia.

A volte credo che l'unica ragione per vivere a Viterbo siano quelle quattro case in pietra di Pianoscarano. Quella chiesetta. Quella fontanella. Quei lampioni che non illuminano niente. Il piccolo Eden sotto casa.

Mi sono stramaledetta per non avere la mia macchina fotografica con me.

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